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martedì 8 novembre 2011

Nonna, quando eri piccola, con quale Barbie preferivi giocare?

Eccoci, all'epoca della fatidica domanda!
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“Nonna, quando eri piccola, con quale Barbie preferivi giocare?”

Ebbene, Lucrezia, mi hai spiazzato, ho avuto difficoltà a risponderti, così, in macchina, nei pochi minuti che stiamo insieme quando ti accompagno a pattinare al Palaghiaccio di Sesto San Giovanni. C'era anche Sibillina con noi che faceva danza classica sempre al Palazzetto. Hai quasi 9 anni e mezzo, Sibilla ne ha 7 e io più di 65, abbiamo spesso parlato della mia infanzia, paragonandola alla vostra, ti ho raccontato tante volte storie di antichi mestieri ora spariti, episodi della mia infanzia e come si viveva allora. Ma solo ora, con quella domanda, mi sono accorta quanto il poco più di mezzo secolo che ci separa, sia per te tanto incomprensibile e lontano dal tuo mondo di oggi. Mai nella storia dell’umanità in così poco tempo il mondo è tanto cambiato. Così cambiato che per te è impossibile pensare ad un mondo senza televisione, senza telefonini, senza Internet, senza computer, senza lavatrici, senza frigoriferi, senza plastica, ma, soprattutto, un mondo più semplice, fatto di piccole cose, piccole gioie conquistate a fatica, giorno per giorno.
Io (in IV elementare) e mio fratello
Giorgio in gita scolastica con la classe
di mio padre.
Lo sai, te l’ho raccontato, sono nata in tempo di guerra, sotto i bombardamenti americani, e poi siamo stati subito sfollati in un piccolo comune alla periferia di Milano. Mi rendo conto che parlare di guerra con te è molto difficile: farti capire le tragedie, le privazioni, i lutti, le azioni disumane, la follia di quella guerra assurda (come sono assurde tutte le guerre), ora non è cosa facile. Da una parte c’è il tentativo anche da parte degli insegnanti di avvicinarvi con la storia o con discussioni in classe agli orrori della guerra, parlandovi della shoah, di Anna Frank, ma, dall’altra, c’è l’esigenza di proteggere i giovani come te da racconti troppo crudi e cruenti. Per me è stato diverso: la guerra ha impregnato ogni momento della mia infanzia. Giocavamo sulle macerie delle case abbattute dai bombardamenti degli aerei, mio padre mi raccontava ogni giorno storie della sua vita da partigiano, sicuramente in qualche modo un po' romanzata, e al cinematografo (così si chiamava) c’erano quasi solo film sulla guerra. Nel mio quartiere c'erano ben 4 sale cinematografiche e, non essendoci ancora la televisione, erano sempre affollate, soprattutto il sabato e la domenica. Noi ci andavamo spesso, anche con mia madre. Mio padre veniva solo quando c'erano film "impegnati", considerava il cinematografo un passatempo frivolo. Spesso ci andavamo mio fratello ed io la domenica pomeriggio: entravamo alle 14.00 e uscivamo all'ora di cena. Guardavamo i film due o tre volte! Era sempre una discussione tra me e mio fratello: lui voleva vedere solo film di guerra, mentre io amavo molto i film con Jerry Lewis e Dean Martin. Alla fine facevamo una volta per uno.
Ma della guerra e come l’ho vissuta negli anni immediatamente successivi te ne parlerò un’altra volta. Ora cercherò, ma so già che sarà un'impresa ardua, di farti entrare nella mia infanzia, farti partecipe delle mie gioie, delle mie scoperte, dei miei giochi, dei miei affetti. So già che anche se è passato solo poco più di mezzo secolo, i cambiamenti che sono avvenuti in questi anni sono talmente radicali ed epocali che anche noi che abbiamo vissuto quegli anni facciamo fatica a seguirne ora l'evoluzione. Mi piacerebbe che voi poteste pensare qualche volta a me anche come quella bambina che fui e che ancora è in me...

lunedì 7 novembre 2011

Anch'io ho avuto una nonna

Nonna Ebe con mio fratello e me
Si potrebbero scrivere fiumi di parole (e in tanti lo hanno già fatto) sulla meravigliosa esperienza di essere nonni.
Però c'è un ricordo che mi turba: la mia di nonna. La ricordo come l'ho sempre vista nella mia infanzia: magra, pallida, con lunghi capelli candidi che acconciava con una lunga treccia raccolta sulla nuca. I suoi vestiti erano tutti neri, ma con piccoli particolari che ingentilivano la sua struttura angolosa. il tessuto nero poteva avere dei piccolissimi fiorellini bianchi o grigi, oppure il colletto era di candido pizzo, o la foggia era ingentilita da pieghe o plissé. Non me la ricordo diversa, né più giovane, né più vecchia. Eppure ha vissuto in casa nostra praticamente dalla mia nascita fino alla sua morte, quando già avevo 13 anni. Solo due cose ricordo di lei, cose che mi ha raccontato: proveniva da una famiglia molto ricca, viveva in una grande villa e andava a scuola, lei e sua sorella, con il calesse e il cocchiere. L'altra cosa era che il suo futuro marito (mio nonno che non ho mai conosciuto) partì per fare il militare e lei era ancora così piccola che lui la prese in braccio e baciandola le disse sorridendo: "Quando torno ti sposo". E poi successe davvero!
Sorrideva di rado (forse anche perché aveva un sol dente!), non mi ricordo complicità o gesti affettuosi. D'altra parte non ero la sua nipote preferita: il preferito era mio fratello. Nel suo sguardo c'era sempre disapprovazione per me, mi considerava un maschiaccio, ben lontana dal suo modello di nipote. Modello che cercava di impormi quando mi portava a trovare la sua sorella minore, la zia Vittoria. E in quelle occasioni mi faceva indossare un abitino bianco ricamato, scarpe bianche di camoscio, e calzini corti bianchi che mi scivolavano sotto il piede ogni tre passi. Non dovevo correre, in filovia dovevo parlare piano e dovevo darle la mano. Fino a Viale Abruzzi ci andavamo con la filovia la 90 (credo che ci sia ancora) e, per arrivare alla fermata, io però mi prendevo una piccola rivincita. Dovevamo passare davanti al sagrato della chiesa di Santa Maria Alla Fontana, un grande piazzale di acciotolato, delimitato da paracarri di granito ogni due o tre metri. Allora mi rimboccavo la gonnellina dentro le mutandine e saltavo tutti i paracarri alla cavallina, sotto lo sguardo disapprovevole di mia nonna. Ero brava, facevamo sempre a gara con gli altri bambini a chi saltava più paracarri e in meno tempo. Io ero sempre tra i primi, ben avanti a tanti altri maschietti! Poi dovevo subirmi i rimbrotti della nonna, ma vuoi mettere la soddisfazione. Però devo ammettere che il vestitino che mi metteva era bellissimo, me lo aveva fatto la mia mamma e lo aveva ricamato proprio la zia Vittoria: di candida seta bianca (di un paracadute americano che mio padre aveva portato al ritorno dall'Oltrepò Pavese dove aveva fatto il partigiano) tutto ricamato con delicati fiorellini a punto ombra. Quel vestito l'ho portato per molti anni, perché, come si usava allora, c'era un buon margine di stoffa nel corpetto che di anno in anno veniva allungato e nella gonna venivano aggiunte balze ricamate. Ho un ricordo così bello di quel vestitino che è come se anche ora ne sentissi il profumo, la morbidezza, la scivolosità della seta e il ricamo a punt'ombra che formava, per ogni petalo di fiore, come delle bollicine di seta che ancora mi sembra di sentire sotto le dita, quando lo toccavo incuriosita da quello strano effetto di colore...
La nonna la ricordo sempre seduta sulla poltrona vicino alla finestra della sala da pranzo con a fianco il cesto da cucito e con vicino pile di calze da rammendare, orli da ricucire o da allungare, cerniere da cambiare, fodere dei pantaloni o delle giacche da cambiare. Allora si faceva tutto in casa e dalla sarta ci sono andava quando ero più grande per farmi fare dei cappotti con il cappellino uguale. Mia mamma ci teneva che fossi sempre elegante!
Mia nonna mi ha raccontato poco della sua infanzia. Ricordo solo che raccontava che abitava in una grande villa perchè i loro genitori erano molto ricchi e che andava a scuola con la sorella (la zia Vittoria appunto) con il calesse ed il cocchiere. Poi mi ha raccontato che da ragazza è emigrata in Brasile e che aveva come suo animale domestico una scimmietta (come la invidiavo!). La scimmietta, presumo una bertuccia, stava sempre con lei e si accoccolava sulla sua spalla e, quando cuciva con la macchina da cucire, cercava di prendere l'ago che andava su e giù, ed era per lei un gran da fare per evitare che un suo ditino si pungesse! Quando capitava che noi sbriciolassimo il pane sotto la tavola mentre si mangiava diceva: "Ci vorrebbero le mie galline che entravano in cucina a mangiarsi le briciole, così non sarebbe necesario scopare!"

Ma avevamo una complicità che ci univa: riguardava la suddivisione delle interiora del pollo. Vi dirò un'altra cosa che a voi parrà strana. Quando si comperava il pollo (solo in alcuni mesi all'anno - aveva la sua stagionalità anche lui) o te lo vendevano vestito, vale a dire con le penne e le piume o spennato, ma intero. E occorreva eviscerarlo, tagliargli le zampe, la punta delle ali, il collo e la testa. Ma non si buttava quasi nulla se non la testa, le budella e il contenuto dello stomaco. Ho inparato presto ad eviscerare il pollo, arte che ora quasi nessuno conosce. Il resto, compreso le zampe (che prima sfiammavi e spellavi) lo facevi bollire e si mangiava il fegato, lo stomaco, il cuore, il collo con il suo squisito midollo, e le dolcissime gelatinose zampette. La nonna divideva le prelibate interiora con me, ma so che lasciava quasi tutto a me, agli altri non piacevano, o forse lasciavano a noi quel piatto che alla fine ci univa in un complice evento culinario.

domenica 6 novembre 2011

Le bambole

Una "ricca" bambola con capelli veri
Le nostre bambole erano soprattutto bambolotti di pezza con solo il viso, le mani, gli avambracci e i piedi, con le gambe dal ginocchio in giù, di ceramica. Io poi ne avevo alcune che consideravo belle e che le mie amiche mi invidiavano: avevo quelle grandissime bambole con abiti da damina riccamente decorati di pizzi e merletti, con capelli inanellati e cappellini a falde larghe, che vincevo alle lotterie di campagna o ai festival dell’Unità (quando non vincevo tacchini vivi, ma questa è un’altra storia). In effetti mio padre ci portava alle fiere, che spesso si sistemavano anche sottocasa nostra, a Milano, in Piazza Segrino e nelle vie limitrofe e, molto spesso, ai vari festival dell’Unità. Sempre mi comperava i biglietti della ruota e io ero molto fortunata, così la mia casa, adagio adagio si affollava di queste bambole.
Quando rimanevo sola a giocare a casa (forse per qualche punizione – solo quello mi poteva trattenere) mi piaceva giocare alla scuola: io facevo la maestra, mettevo tutte le mie bambole sedute per terra, le più piccole davanti e le più grandi dietro, e utilizzavo un tavolinetto della sala da pranzo come cattedra e una bellissima lavagnetta vera con i gessi per insegnare! Sempre lo stesso tavolinetto diventava in altre occasioni il bancone del mio negozio e la cassa era la scacchiera della dama con il cassettino dove si mettevano i soldi (fatti con pezzetti di carta disegnati e, per moneta, le pedine della dama) e sopra alla scacchiera mettevo un piccolo pianoforte verticale in legno che serviva (pigiando su un tasto del pianoforte) per suonare il campanello dell’apertura del cassetto! Mi sembrava davvero come una vera cassa di un negozio.
Le vecchie casse dei negozi
Come mi piaceva quel gioco. A volte lo facevo tutto da sola, alternandomi  a fare la cassiera e la cliente. Solo raramente potevo giocare con qualche mia amica che, eccezionalmente, mia nonna faceva entrare in casa. Le merci del negozio erano scatolette, panini, sacchetti di pasta o fagioli, rubati in cucina.
Invidiavo molto una mia amica, che abitava sul nostro pianerottolo, che aveva un bambolotto con tre espressioni del viso, due delle quali rimanevano sempre nascoste sotto una cuffietta ricamata. Bastava girare una rotellina sopra la testa per avere un bambolotto con l'espressione ridente, oppure piangente o con gli occhi chiusi in un tranquillo sonno. Alcune delle mie bambole (quelle più grandi che già erano di plastica - molto rigida) le vestivo con i miei vestitini o coprifasce da lattante che mia nonna aveva conservato. Mia nonna mi faceva anche i golfini per le bambole e mia mamma mi faceva i vestitini. Erano bellissimi: il più delle volte fatti con i ritagli dei miei vestiti e confezionati con la stessa foggia. A sei o sette anni ho ricevuto, come regalo di natale, una meravigliosa macchina da cucire Necchi in miniatura. Era come quelle vere, con la base di legno e la macchina in metallo. Cuciva girando la manovella, come la macchina vera della mamma. E da allora, prima con l'aiuto della mamma e poi da sola, ho confezionato moltissimi vestiti per le mie bambole. Era uno dei miei passatempi preferiti quando ero a casa da sola. E così ho imparato a cucire a macchina e ancora oggi me la cavo egregiamente.
Proprio sotto casa mia c'è stato per un lungo periodo di tempo un negozio-laboratorio dove aggiustavano le bambole e dove le pettinavano (quelle con i capelli veri). In primavera ed in estate lasciavano aperta la porta del negozio per far entrare l'aria ed io passavo ore a rimirare tutte quelle bambole rotte, senza gambe, senza testa, spettinate, che rinascevano tra le esperte mani delle operaie. C'erano ceste di gambe, di braccia, di teste di tutte le misure, C'era la sarta che aggiustava i vestiti e c'erano anche mucchi di vestitini su degli scaffali e teste, che a dir la verità mi facevano un po' impressione, così, staccate dai corpi. Quello che più mi piaceva e che cercavo di imitare poi con le mie bambole era pettinarle. Ne avevo un paio con i capelli veri: un vero lusso! Facevo loro riccioli, boccoli, treccine e tutto quello che non potevo fare con i miei capelli, sempre e comunque corti!

mercoledì 2 novembre 2011

Quando giocavamo con i "tollini"


Bambini con i pattini a rotelle
Bambini che giocano a biglie
Certo è che dalla guerra ne siamo usciti come Stato perdente e, come tale, con grandi difficoltà economiche. Difficile era sbarcare il lunario con gli stipendi di mamma e papà, figurati spendere soldi per i giocattoli! Ma anche con pochi giocattoli, ho passato un’infanzia indimenticabile, viva, attiva e molto formativa. La scuola terminava alle 12,30 (solo 4 ore al giorno anche il sabato), si mangiava a casa e il pomeriggio era nostro! Alcuni bambini, molto pochi, rimanevano a scuola a pranzo e nel pomeriggio, ma era un servizio di carattere assistenziale e solo per le famiglie più bisognose e per quei bambini che non avevano nessuno che li assistesse. Noi avevamo nonna Ebe, quella di cui ho già parlato prima, che abitava con noi e che si prendeva cura di noi. Mia mamma lavorava alla Pirelli in Piazzale Loreto e tornava a casa alle 19,30 e mio padre, insegnante nella mia stessa scuola, aveva scelto di fare la scuola anche al pomeriggio. I suoi alunni e i relativi genitori erano così contenti di lui che tutti i suoi alunni rimanevano al pomeriggio. Vi racconterò un'altra volta le cose belle che il vostro bisnonno faceva a scuola con i suoi alunni, ma che prima sperimentava spesso con noi a casa. A pranzo mangiavamo con mio fratello, nonna Ebe e mio padre (la mamma rimaneva in mensa). Dopo aver fatto i compiti (mai più di una mezz’oretta) eravamo liberi. Liberi di andare a casa dei compagni, ovunque abitassero, liberi di giocare sul marciapiede (di gran lunga l’attività maggiore) oppure di avventurarci in quartieri della città sconosciuti alla ricerca di avventure. E così facevano tutti i bambini della nostra età. Ci trovavamo sul marciapiede, maschi e femmine e i giochi erano sempre nuovi e diversi. Si giocava a bandiera, si facevano le gare con i pattini a rotelle a chi faceva più velocemente il giro dell’isolato che comprendeva anche un pezzo di marciapiede non asfaltato, si giocava a "tollini o a biglie con piste immense disegnate sull’asfalto dei marciapiedi con i gessetti rubati a scuola, le bambine si dedicavano anche ai diversi girotondi, al mondo, al “Madama do rè” e altri giochi ormai dimenticati. Io ero spesso con mio fratello, di un anno e mezzo più grande di me. Ero l’unica femmina accettata dai maschietti nei giochi prettamente maschili. Ero molto competitiva e li battevo spesso a “tollini” e alle gare con le biglie o con i pattini.
Qui devo spiegarti cosa sono i tollini: sono i tappi a corona che ancora oggi si usano per tappare le bottiglie di bibita; ovviamente dovevano essere poco deformati e, a volte, si usava appesantirli con del materiale vario, creta, piombo fuso o altro; mai però troppo pesanti, perché sicuramente più precisi nel tiro, ma più lenti. Qualche bimbo lo personalizzava con l'immagine di qualche ciclista famoso, per simulare il giro d'Italia. Si tira - puoi provare - inginocchiati per terra, unendo l’indice che trattiene ad anello il pollice che, scattando, dà un colpo ben assestato al tollino. Oppure giocavamo a biglie, che una volta erano di terracotta, di un colore uniforme, marroncino o verdastro e che, se cadevano a terra, spesso si rompevano a metà. Quelle di vetro sono arrvate molto dopo, quando ero già troppo grande per giocare con le biglie. Intanto io giovcavo bene, guadagnandomi sul campo il fatto di essere accettata, unica femmina, nel gruppo dei maschi, e non trattata da “bagianna”.
Bambini che giocano con i "tollini"
Spesso veniva da noi nel pomeriggio mio nonno e lo ricordo in piedi, alto, magro, allampanato, con la sua pipa in bocca e sempre vestito con il suo abito di lana grigio scuro con il panciotto, sia d'estate che d'inverno. E, immancabilmente, il cappello. Si metteva in un angolo del marciapiede e ci osservava, silenzioso. Ogni tanto ci chiamava e dai taschini del panciorro tirava fuori qualche monetina: 2 lire, 5 lire (qualche volta potevano essere anche 10 o 20 lire) che io e mio fratello arraffavamo volentieri e che subito andavamo a spendere dal lattaio per qualche "scarpetta" (una piccola caramella di liquerizia dalle diverse forme venduta sfusa) o per un bastoncino di liquerizia. 

Alcune delle nostre scorribande erano però pericolose. Andavamo a giocare sulle macerie delle case crollate dai bombardamenti della guerra. Nel mio quartiere ce n'erano ancora alcune e ce n'era soprattutto una vicino alla parrocchia di Santa Maria alla Fontana, dove, attraverso un cunicolo tra le macerie si entrava nello scantinato. Lì avevamo trovato un tesoro: ritagli di caroncini lucidi, argentati e dorati che noi utilizzavamo per i nostri travestimenti. A volte arrivavamo a giocare anche al Villaggio dei giornalisti dove c'era una villetta semidiroccata dove si riusciva ad entrare ed esploravamo tutti i locali; ma gli amici di mio fratello si divertivano a spaventarmi facendo i fantasmi e io scappavo fuori. Altre volte siamo andati a giocare sulla massicciata della ferrovia che passa sul Viale Zara e mettevamo diverse piccole cose sulle rotaie per vedere come venivano schiacciate con il passare del treno. Qualche volta da queste scorribande tornavamo tardi e ricordo ancora qualche punizione di mio padre...

martedì 1 novembre 2011

Le baggiane


Le "baggiane" che giocano al "mondo"
Venivano chiamate "baggiane" dai maschietti (un termine un po' dispregiativo, sinonimo di sciocco, vanesio, incapace), in genere tutte le bambine, ma in particolar modo quelle più leziose. Io no, forse perché la competizione quotidiana casalinga con il fratello maggiore (decisamente il preferito in famiglia, ma soprattutto da mia nonna Ebe) e l’imitazione del suo comportamento mi avevano forgiato e, diciamolo pure, ero un po’ un maschiaccio! Ero così accettata che mi avevano affidato (unica femmina) il ruolo di portiere nelle partite di calcio che si svolgevano nella strada dietro casa, dove non passava nessuno, ma proprio nessuno (salvo verso sera, carri trainati dai cavalli della ditta di traslochi Gondrand - ne parlerò più avanti), contro la banda dell’altro isolato. Durante le partite c’era sempre qualcuno che faceva da vedetta ad un capo e all’altro della strada per dare l’allarme in caso di arrivo del “ghisa” (vigile, in dialetto milanese) in bicicletta. E di ghisa ne abbiamo visti tanti, ma uno solo  è stato più veloce di noi, ci ha sorpreso e sequestrato il pallone. Pare fosse vietato giocare col pallone in mezzo alla strada.
Il "Ghisa"
Mio fratello mi ha ricordato alcuni giorni fa quell’episodio che mi ero dimenticata: il vigile, alto, nella sua divisa nera e con il caratteristico casco nero, con una mano teneva la bicicletta e sotto l’altro braccio il pallone che ci aveva sequestrato. Si allontanava e arrivava fino al bar che c’era in Piazza Segrino, proprio di fronte alla nostra casa, e noi lo seguivamo da lontano, cercando di non farci vedere. Il vigile appoggia la bicicletta contro il muro ed entra nel bar. Appoggia il pallone proprio dietro la porta e si avvia verso il bancone per la sua consumazione. In un battibaleno una squadra di “guastatori” si avvicina, chinata dietro la vetrina, prende il pallone e via di corsa tutti insieme ridendo e compiacendoci della nostra bravata! Ma, mi ha raccontato mio fratello, che dietro il bancone del bar c’era un grande specchio ed il vigile aveva seguito tutta la manovra, anzi, aveva appositamente lasciato il pallone vicino all’ingresso!

Era un grande onore per me giocare a calcio e alle biglie o ai tollini con i maschi. Così acquistavo considerazione anche dalle femmine ed ero considerata una leader, una che ci sapeva fare e che prendeva le decisioni sui giochi da fare. Non disdegnavo però di giocare con le bambole: c’arano alcune bambine che ne avevano di bellissime e avevano i pentolini, i piatti, le posate e tutto quello che serviva per giocare alla mamma e al papà. Inutile dirlo: io ero sempre il papà! Ma dove giocavamo noi bambine? Quasi mai  in casa: i nostri genitori mal avrebbero accettato che si buttassero all’aria le nostre case. Nessuno di noi aveva una cameretta tutta sua e non si poteva giocare nel soggiorno che era riservato alla famiglia o come stanza di rappresentanza. E allora portavamo fuori casa ciascuna di noi le proprie carabattole e giocavamo sui gradini delle scale. Sì, tra un pianerottolo e l’altro, o tra l’ultimo piano e la terrazza per non farci mandar via dalla portinaia. Costruivamo sui gradini delle scale, con i pochi giochi che ciascuno portava, dei meravigliosi appartamenti  o negozi con merci varie (scatole vuote recuperate in casa). E soprattutto portavamo alcune delle nostre bambole e si giocava a "mamma e papà", cioè nell'imitare tutto quello che fanno gli adulti. La nostra fantasia creava fatastiche case, plazzi, cucine, camere da letto, negozi. Non c'era limite alla fantasia. Ma questi sono giochi che anche voi avete fatto, ma a casa vostra, con le vostre amichette, nella vostra cameretta, con cucine in miniatura e tutte le stoviglie e le finte vettovaglie necessarie. Ricordo che una volta, alcuni anni fa, sono entrata in un negozio di giocattoli in centro a Milano e mi guardavo in giro incantata pensando a come sarebbe stata diversa la nostra infanzia se avessimo potuto avere tutti quei giochi! Ne sono uscita con quello che avrei desiderato di più nella mia infanzia: un sacchetto pieno di finti alimenti in miniatura, dalle scatolette del tonno, a quelle di pomodori, dal cartone del latte al pane finto e, persino la pizza. E' stato uno dei tanti regali che vi ho fatto. 

venerdì 28 ottobre 2011

La prima automobile della piazza


La "Giardinetta"
Riesci ad immaginarti un quartiere, con larghi marciapiedi asfaltati, larghe strade, una grande rotonda dove si affacciavano case – tra le quali la mia – tutte con le facciate curve che seguono l’andamento della piazza,  senza una macchina parcheggiata e con pochissime macchine circolanti? Era una meraviglia, il quartiere era nostro. Passavano dalla piazza solo la filovia e qualche macchina e, soprattutto, nel tardo pomeriggio, rientravano dal lavoro i carri della Ditta Gondrand che faceva traslochi e trasporti. Erano grandi carri di legno senza bordi, trainati da un solo cavallo, enorme, con possenti zampe con ciuffi di crine sugli zoccoli. Il cocchiere sedeva davanti, sul bordo del carro e noi, quando li vedevamo arrivare, vuoti, correvamo per salirci sopra – tanto andava così adagio il cavallo, stanco dopo una giornata di lavoro…  Tutti i cocchieri ci conoscevano e solo quando si arrivava vicino al deposito proprio dietro casa mia (dove c’erano anche le stalle per i cavalli) il cocchiere con voce burbera faceva finta di arrabbiarsi e ci faceva scendere prima di entrare nel deposito. Bene, davanti al marciapiede di casa mia, sulla grande rotonda, a un certo punto apparve la “giardinetta” del papà della mia amica. Che festa il primo giorno! Ha caricato tutte le sue figlie, forse mancava l’ultima troppo piccola, tutta la nostra banda e ci ha portati a fare un giro.
Eravamo stipati in quella macchinetta, che però allora ci pareva grandissima, ed eravamo molto felici: per molti di noi era la prima volta che salivamo su una macchina! Stretti stretti (eravamo almeno una decina) un po’ meravigliati e un po’ intimoriti dalla velocità, ci lasciavamo sfuggire delle risate liberatorie e, come era contento il papà della mia amica! Lungo un Viale Zara tutto vuoto ad una velocità che non poteva superare i 60 chilometri all’ora, ci ha portati fino al campo volo di Bresso e ritorno. Un vero viaggio! Era proprio un bravo papà. Per molto tempo la giardinetta è stata l’unica macchina parcheggiata su quella piazza.
Curiosamente, quando mio padre, anni dopo,  acquistò la nostra prima macchina, una “seicento”, il viaggio inaugurale fu lo stesso e anche quello suscitò in me la stessa emozione.

lunedì 10 ottobre 2011

Il cortile vietato

Abitavamo in questa bella casa In Piazzale Segrino che aveva un bel cortile, ampio, con un giardinetto interno e che confinava con il cortile del palazzo vicino, dal quale era diviso da un cancello spesso aperto. Ma quel cortile ci era vietato. Ricordo le manovre da veri guastatori per entrare nel cortile. Non c'è nulla di più attraente di qualcosa che è vietato. Qualcuno della banda doveva fare mosse diversive, distrarre il portinaio o fare il palo per darci il via. Poi, quatti quatti si passava uno alla volta sotto la guardiola. Il portone del cortile doveva essere aperto dal primo di noi (aveva un catenaccio pesante e cigolava sui cardini) e lasciato aperto quei pochi centimetri per farci passare uno alla volta. Entrati nel cortile dovevamo guardarci dalle finestre dell’abitazione del portinaio e camminando piegati in due e strisciando contro i muri, cercavamo degli angoli per giocare fuori dalla vista delle sue finestre. Molte volte trovavamo le porte delle cantine aperte e allora iniziava una vera avventura. Il primo piano sotto terra aveva l’illuminazione elettrica e c’erano i locali per raccogliere l’immondizia che scendeva da caditoie che si aprivano su ogni semi-pianerottolo (ricordo ancora quell’odore acre e putrefacente dell’immondizia!) C’erano alcune cantine e poi la scala scendeva al secondo piano sotto terra dove non c'era l'impianto elettrico. Per scendere lì, anche noi avevamo la cantina a quel piano, occorreva una candela e i fiammiferi per accenderla.  Naturalmente sempre nelle nostre tasche si potevano trovare moccoli di candela e fiammiferi sciolti! Lì sotto c’erano i rifugi antiaerei della guerra. Ricordo che solo una volta sono riuscita ad entrare attraverso  quella porta pesante di ferro che si apriva con un volante a raggiera, come fosse una cassaforte. Ma il locale, vuoto e ampio, buio, tanto da non vederne la fine, mi fece paura e scappai all’aria aperta. Finivano sempre così le mie incursioni in cantina: ci scendevo, insieme agli altri, con circospezione e curiosità, ma poi qualche rumore (probabilmente ratti) o qualche scherzo dei ragazzi più grandi e più spavaldi ci facevano correre alle scale e le salivamo col cuore in gola, pieni di paura.  Quante volte, all’uscita trovavamo il portinaio con la scopa in mano e, se non eravamo abbastanza svelti a correre fuori, qualche scopata ci scappava sempre.
Giocavamo sepesso anche sulle scale, a Monopoli, a carte, o, noi bambine con le bambole o a fare il negozio. Andavamo nella rampa di scale e al pianerottolo che portava alla terrazza, stando attenti, ad ogni rumore di ascensore o di qualcuno che usciva o entrava in casa a fare silenzio. Altrimenti il portinaio ci avrebbe scacciati con l'inseparabile scopa. Anche la terrazza, sempre chiusa a chiave era un'attrazione per noi ragazzi. Così avevamo trovato un'altro sistema per raggiungerla. Ora che lo racconto mi si rizzano i capelli al pensiero dei rischi che abbiamo corso. Anche tra il 7° ed ultimo piano e la terrazza c'era il balconcino a metà scala per buttare l'immondizia. Sul balconcino a circa un metro e mezzo di altezza prospettava il cornicione della terrazza largo circa un metro. Facendo scaletta salivamo sul cornicione e scavalcavamo il parapetto della terrazza. Il tutto senza alcuna protezione a più di 30 metri di altezza! Ci affascinava vedere la città da quella altezza, la Madonnina lontana, la mole della Stazione Centrale, la Torre Velasca, il primo grattacielo di Milano e, nelle belle giornate le montagne che sembravano così vicine. Devo dire che in qualche modo devo aver percepito il pericolo perchè qualche volta, anche recentemente, ho avuto degli incubi in cui ho sognato cadute da quel cornicione. Mi ricordo però che una volta ci sono salita con il mio papà, ovviamente con l'autorizzazione del portinaio, per vedere di prima mattina una eclissi totale di sole. Mio padre aveva scelto scrupolosamente alcuni negativi di fotografie abbastanza scuri che, sovrapposti, creavano un'ottimo oscurante per guardare il sole senza danni agli occhi. E' stata un'emozione incredibile. ricordo che facevo forse la seconda o la terza elementare e, per l'occasione, le scuole hanno aperto due ore dopo per permettere ai ragazzi di assistere a quello spettacolo. Mio padre, da splendido educatore qual era ci spiegava il fenomeno e ricordo che siamo rimasti su quella terrazza fino alla fine dell'eclissi. Ricordo anche che mia madre andava su quella terrazza (il portinaio le aveva dato una chiave) per fare i bagni di sole alla schiena. Povera mamma, soffriva di forti dolori alla schiena e la curavano per artrite, ma poi, già anziana, si scoprì che aveva una rarissima malattia metabolica e che tutte le sabbiature, i fanghi e i bagni di sole (con le sofferenze che questi comportavano) non servivano a nulla!

giovedì 1 settembre 2011

Il fabbro


Proprio sotto le finestre del nostro appartamento c'era una vecchia cascina. Ospitava alcune famiglie con numerosi bambini (li vedevo dal mio 5° piano che giocavano nei vari cortiletti della vecchia cascina). Erano famiglie emarginate (probabilmente meridionali - allora erano loro gli emarginati, non c'erano ancora gli extracomunitari) e i bambini non giocavano con noi. Non ricordo nemmeno se venissero nella nostra stessa scuola o se semplicemente andassero a scuola. Un contatto con loro però lo abbiamo avuto. Non so cosa mio fratello ed io avessimo combinato, ma un giorno mio padre, con piglio severo, ci fece raccogliere gran parte dei nostri già pochi giocattoli e, per punizione, ce li fece portare a quei bambini. Vennero tutti fuori, sul marciapede, di fronte all'ingresso e si misero ad aprire i sacchetti con incredulità e gioia. Ricordo ancora le parole di mio padre: "Bisogna sempre pensare a chi ha meno di noi". Sempre nella cascina, c'era la fucina di un fabbro. Era proprio come veniva descritta nelle favole, o come la fucina del Dio-fabbro Efesto: un antro buio, pieno di fumi e fuochi e con un continuo battito metallico sull'incudine che si susseguiva dalla mattina alla sera. Io spesso mi affacciavo alla porta e rimanevo incantata dal ritmo incrociato dei martelli che battevano sull'incudine i ferri roventi. Nella penombra si distinguevano due uomini a torso nudo, lucidi di sudore anche in pieno inverno, illuminati dal chiarore del fuoco, che maneggiavano grosse pinze, che mettevano barre di ferro rovente sul fuoco e poi lo battevano, ancora caldo e incandescente sull'incudine con grossissimi martelli. Loro mi conoscevano e mi lasciavano guardare dalla porta (unica apertura verso l'esterno) e a volte mi mostravano come forgiavano il ferro e io passavo, appoggiata a quel portone di legno, un sacco di tempo incantata e un poco ipnotizzata da quel continuo e ritmico battito. Mi ricordo che quel battito mi svegliava alla mattina durante le vacanze estive quando non si andava più a scuola e ancora non eravamo partiti per le vacanze. Dalla finesta aperta, al quinto piano, quel suono cambiava e diventava quasi una musica che accompagnava le nostre giornate. Un odore particolare, pungente ed acre, si sprigionava da quell'antro, non potrei mai scordarlo. E' strano come gli odori accompagnino sempre i miei ricordi. A volte sento un odore particolare, chiudo gli occhi e mi ritrovo, come per magia, in un luogo ed in un tempo passato.