domenica 16 ottobre 2011

Il ciabattino

L’altro giorno gironzolavo per i negozi dell’Auchan per farmi venire delle idee per i regali di Natale (sai come sono fatta, io mi porto sempre un po’ avanti) e incontro, in un nuovo negozio di scarpe, nel Centro commerciale, un mio vecchio amico. Mi racconta tutto di quella nuova catena di negozi e mi conferma che a fronte dei prezzi relativamente bassi, la qualità è decisamente buona. Mi confida che queste cose le conosce perché da giovane aveva fatto il garzone presso un ciabattino. A quel punto non sono riuscita più a seguire il suo discorso: la qualità delle scarpe, come la si riconosce, cosa controllare quando le si comperano... Improvvisamente, come una marea che sale, un ricordo struggente prendeva corpo in me. Penetravano oltre la cortina dei ricordi solo poche parole qua e là. Sì, perché quella parola buttata là in un discorso più ampio - ciabattino - ha fatto affiorare alla mia mente tanti ricordi che si affollavano come a riempire un vaso, tanto da farlo traboccare. E che emozione per quell’improvviso ricordo richiamato alla superficie alla mia mente! Devi sapere, te ne ho già parlato, che subito dopo la guerra si avevano pochi soldi e quindi anche poche scarpe. Nella nostra famiglia solo un paio per l’inverno e un paio per l’estate e i sandali (quando eravamo fortunati!). Solo la mamma faceva eccezione e te ne parlerò poi. Le scarpe erano tutte di pelle, con la suola di cuoio. Adesso è quasi un lusso avere le scarpe in vera pelle, ma allora non c’erano le pelli sintetiche, le “eco-pelli”. Quelle invernali, sempre in pelle, avevano la suola di para (una gomma morbida e spugnosa). Le scarpe che adesso voi tutti ragazzi usate in ogni occasione (le sneakers) non esistevano. C'erano però le “scarpe da tennis” che si usavano appunto per giocare a tennis. Scarpe povere di tela blu con la suola di gomma bianca. E chi le portava usualmente veniva immediatamente indicato come un poveretto. Solo le Superga erano care, di lusso, c’erano già allora e ci sono ancora. Dunque le scarpe erano preziose. E quando a noi ragazzi le scarpe estive diventavano corte, nulla di più semplice che tagliarle in punta e far uscire le dita! A casa mia le scarpe di tutta la famiglia (papà, mamma, io, mio fratello e mia nonna), stavano tutte ben allineate in bagno. E uno dei miei compiti domenicali (che per altro amavo molto) era quello di pulirle tutte con il lucido. Ti immagini se dovessi farlo adesso? Mia mamma invece, probabilmente per un difetto ai piedi, si faceva fare le scarpe su misura da un calzolaio in centro di Milano. Lei doveva essere sempre ben vestita per il suo lavoro ed era una donna molto bella ed elegante. Aveva anche molto buon gusto e quando si faceva fare le scarpe, sempre tutte con alti tacchi, si permetteva quelle frivolezze civettuole dell’epoca: scarpe nere con inserti bianchi da coordinare con la borsetta bianca e nera, quelle di vernice da abbinare alla borsetta di vernice, quelle aperte in punta, quelle con le cinghiette alla caviglia (le mie preferite, che rubavo sempre dall’armadio e dalla carta velina dove erano conservate, per indossarle di nascosto quando giocavo “alle signore”), e d’estate aveva i sandali con la zeppa di sughero, proprio come quelli di adesso. Queste non erano in bagno con le nostre, se ne prendeva cura solo lei. Le nostre scarpe, invece, non erano di gran qualità, e presto il cuoio delle nostre suole si consumava: sui tacchi, sulla punta e, soprattutto, al centro della suola, fino a formare dei buchi da dove ci passava anche un dito. A volte mettevamo all’interno della scarpa una cartolina ripiegata e così si andava avanti per qualche giorno, sperando che non piovesse! E allora ecco l’importanza del ciabattino. In forma preventiva gli si portava sempre le scarpe nuove per fargli mettere i “ferretti” (sì, proprio come i ferri per i cavalli!). Erano dei piccoli archetti di metallo con dei buchini per i chiodi che si mettevano al tacco e alla punta delle scarpe, per evitare che si consumassero troppo in fretta. Questo però era fastidiosissimo, (dio, come li odiavo!) perché facevano scivolare sui pavimenti lucidi e sui marciapiedi e, ad ogni passo, era come se ballavi il tip-tap. Non potevi pensare di passare inosservato se camminavi per strada o a scuola con i ferretti! Poi, quando anche i ferretti si consumavano e, dopo averli cambiati un paio di volte ancora, le suole delle scarpe irrimediabilmente si consumavano e allora c’era solo da cambiare tutta la suola o il tacco. Operazione assai costosa, ma sempre meno costosa che comperare un paio di scarpe nuove. E poi le scarpe si rompevano anche sulla tomaia (la parte superiore della scarpa) e si ricorreva a pezze, cuciture, cambio di cinghiette, cuciture ecc.
Questo era il lavoro del ciabattino (ancora ne sopravvive qualcuno, ma ora sono tutti tecnologicamente avanzati). E io ne conoscevo uno speciale. Era un amico di mio padre, comunista anche lui, e aveva il negozio nella via dietro casa nostra. Era un ometto tutto storpio, probabilmente un nano, non più alto di me che ero una bambina di 7/8 anni. Un testone grosso, con tanti capelli grigi arruffati, una carnagione scura e butterata, dei grossi occhiali cerchiati di nero su un naso enorme e due grandi labbroni: insomma così brutto che se te lo sognavi di notte, era un incubo! Ma era un uomo splendido, di una dolcezza e di una tenerezza incredibile! Io andavo spesso nel suo negozio e ci passavo interi pomeriggi, su uno sgabellino a tre piedi, piccolo anche per me. Il suo negozio era piccolissimo, senza tende ai vetri della vetrina (d’altra parte a cosa sarebbero servite? c'era la polvere a fare da cortina!), e dentro, i muri anneriti dal tempo. Nella minuscola stanza una sola luce scendeva dal centro del soffitto bassa bassa, proprio fin sopra il suo deschetto da lavoro. La lampadina, per risparmiare, faceva poca luce, giusto quella che seriva a lui per lavorare ed entrare in quel negozio nei pomeriggi d’inverno, sembrava di entrare in un antro buio. Il basso tavolino era al centro della stanza, ma si stentava a riconoscerne le forme per gli strati di colla, di sporco, e di quell’accozzaglia di cose che c’erano sopra. Lui sedeva su una seggiola di paglia che, benché gli fossero state tagliate le gambe per adattarla alla sua statura, era sempre troppo grande e troppo alta per lui: i piedi gli dondolavano nel vuoto, tanto che si appoggiava ad una traversa del suo deschetto. Sul tavolino una lampada ad acetilene con la fiamma sempre accesa, un barattolo di metallo con una colla gialla e densa che ce n’era più fuori che dentro, un pennello che non aveva più nulla della sua forma originale, tanta era la colla che si era attaccata e seccata sopra. C’era il ferro del mestiere, una specie di incudine a tre capi, dove si infilavano le scarpe per mettere i chiodi nella suola o sui tacchi, poi coltelli, coltellini con lame corte, inclinate, taglienti, punteruoli di diverse misure, martelli e martellini di tutte le fogge, pezzi di pelle e di cuoio e chiodi, tanti chiodi, sparpagliati in un angolo del deschetto, di diverse lunghezze e fogge che lui si metteva in bocca a manciate per poi, quasi per magia, farne uscire uno per volta, delle dimensioni e del tipo adatto al lavoro in corso. Io rimanevo incantata ad osservare il suo lavoro, rimanevo per ore in quella stanzetta fredda e buia, inebriata dal profumo della colla e del cuoio (vedi come ancora gli odori ed i profumi sono così strettamente legati ai miei ricordi!). I suoi movimenti, sempre precisi ed armonici erano come quelli di un direttore d’orchestra. Osservavo le sue mani con dita corte, tozze, nodose: nere le dita e nere le unghie. Colla, pece e cosa altro ancora? Si muovevano veloci, mai un gesto fuori posto, mai un gesto sprecato. Lavorava su scarpe sfatte, sformate, con suole bucate, con la punta aperta come la bocca di un pesce in cerca d’acqua, pescate dal mucchio in terra, chissà con quale criterio. E le sue mani giravano e si muovevano intorno a quelle scarpe: colla, cuoio, pece, ago, filo, chiodi e, alla fine il lucido, dato con veloci spazzolate. E, per ultimo, un’accurata passata con la manica del suo grembiulone grigio pieno di macchie. Poi allontanava da sé la scarpa e la rimirava, la rigirava, ne controllava la lucentezza: aveva fatto un miracolo: da una scarpaccia mal forme ne aveva tratto una scarpa brillante e lucente, come nuova. E per ogni scarpa c’era una storia: c’era quella dell’operaio che lavorava in fabbrica, quella elegante del ballerino, quella della nonna che va al mercato trascinando stancamente i suoi piedi…, quella della giovane sposa che aveva portato le sue belle scarpe bianche che, terminata la loro funzione di un giorno, tinte di nero, diventavano magari scarpette eleganti per andare a ballare con il bel marito… Ricordo con quanta tenerezza e delicatezza lavorava sulle scarpe dei bambini, scuotendo leggermente la testa e con un lieve sorriso sulle labbra. Mi raccontava tutto sulle scarpe, segreti e storie dei loro padroni, vere o inventate, chissà! O altre storie affascinanti che io ascoltavo, non senza preoccupazione della manciata di chiodi che si era messo in bocca e che gli spuntavano, come per magia, dalle labbra, e tutti dal verso giusto! Lui non si alzava mai dal suo basso scranno: aveva tutto quello che gli serviva a portata di mano, per terra intorno a lui. Non si alzava nemmeno quando arrivava un cliente che gli consegnava le scarpe da aggiustare: le guardava, le buttava sulla pigna vicino al muro alla sua destra e diceva in quale giorno sarebbero state pronte. Una pigna informe, polversa, di un colore indefinito: dal nero, al marrone. Solo qualche sprazzo di colore più chiaro, di beige o di bianco spuntava qua e là. Quelle erano sicuramente scarpe da donna o di bambina. Si alzava solo quando doveva riconsegnare le scarpe aggiustate e con la sua andatura goffa si avvicinava alla montagna di scarpe alla sua sinistra, pulite e lucide, ammucchiate sì, ma con ordine, accoppiate e divise tra quelle da uomo e quelle da donna. E allora cercava e cercava e le incartava in un foglio de L’Unità. Prendeva i soldi della riparazione e li metteva in una delle tasche del grembiulone e dava i resto in monete sempre prendendole da quella tasca tintinnante. Ricordo che a volte le banconote gli rimanevano attaccate alle dita sporche di colla!
Ancora oggi mi sto domandando se la mia smisurata passione per le scarpe mi viene da quel meraviglioso ciabattino e dalle sue storie o dal DNA di mia madre!


mercoledì 12 ottobre 2011

Il materassaio

E’ curioso come gli eventi della vita di tutti i giorni mi riportino alla mente episodi che non sono proprio dimenticati, ma dormono in un angolo tranquillo della mia mente, pronti però a rifarsi vivi ad uno stimolo visivo, sonoro od odoroso. L’altro giorno il nonno Giuseppe, insieme al nonno di Fabrizio, sono andati a Leffe. Leffe è ungrazioso paesino della Val Seriana: lo si incontra andando alla nostra casa inmontagna, dopo Bergamo. Devono fare un “concorso di idee” per la piazza del Paese. Il concorso di idee è una specie di gara fra architetti ed ingegneri per chi presenta il miglio progetto o la migliore idea per rifare la piazza. Quelli che presentano il progetto che piace di più vincono un premio in denaro e poi la piazza si farà come loro lo hanno progettata e dirigeranno i lavori. Speriamo che il nonno vinca! Si sta impegnando molto! Allora dicevo che sono stati a Leffe e, per meglio conoscere le radici storiche del paese, sono andati a visitare il museo di storia locale che riporta vecchi attrezzi e strumenti, soprattutto per la lavorazione della seta.
Il materassaio sta cardando la lana
Facendomi vedere la bozza del disegno e spiegandomi sul perché la fontana avrà quella particolare forma che richiama uno strumento per la lavorazione della seta, mi mostra il pieghevole del museo. E allora la mia attenzione viene subito attirata dall’immagine dello sgabello cardatore della lana e, mentre il nonno cercava di spiegarmi il suo uso, che in realtà non conosceva, improvvisamente da quel cantuccio del mio cervello sono affluiti fiumi diricordi e mi sono messa io a raccontare al nonno cos’era quell’attrezzo, a cosa serviva e come si usava! Anche quell’atrezzo mi riporta alla mia infanzia, al ricordo del materassaio. Ora i materassi sono per lo più a molle, di lattice e, ancora, di lana. Una volta avere un materasso di lana era un lusso, tanto che passava di madre in figlia e il materasso di lana non si buttava via mai e faceva parte della dote della sposa! Prima, dopo la guerra, quando avevamo pochi soldi, ricordo di aver dormito su durissimi materassi di crine (di cavallo) che ogni tanto uscivano dalla fodera e ti pungevano e io mi divertivo a sfilare i lunghi e duri peli dal materasso. Tornando al materassaio, anche lui come tutti gli artigiani di allora, lavoravano per strada, di casa in casa. Passavano il giorno prima e gridavano dalle strade: “Donne, donne, belle donne! l’è arivà el materasè!”. Il “belle donne" c’era sempre, incrementava il lavoro. E chi aveva bisogno di rifare i materassi scendeva e spiegava le proprie esigenze e contrattava il prezzo.
I materassi si rifacevano di rado, proprio quando ormai erano diventati nodosi e duri. E poi il lavoro doveva essere fatto in giornata, mica si poteva restare senza materassi! Il giorno concordato (doveva esserci il sole) ci si alzava presto perché il materassaio arrivava di buon'ora. Si portavano i materassi in cortile (che bello poter entrare in quel cortile sempre vietato a noi bambini!), lui scuciva le fodere, svuotava la lana grumosa e giallastra su un grande telo che posava a terra e, mentre la moglie spariva chissà dove a lavare e asciugare le fodere (se ce lo potevamo permettere si facevano le fodere nuove, ma costavano care!). Quindi da una parte il telo con la lana grumosa, vicino lo sgabello cardatore e, davanti allo sgabello un altro telo che raccoglieva la lana cardata, soffice e bianca! Certo, non proprio bianca, ma bella chiara. Ti metterò una figura per capire come funzionava lo sgabello cardatore. Il materassaio si sedeva a cavalcioni e metteva una manciata di lana nodosa davanti al bilico pieno dichiodi che faceva dondolare avanti e indietro su un piano ricurvo, anch’esso pieno di chiodi. La lana, così si snodava, tra chiodo e chiodo, si apriva, diventava soffice e leggera e cadeva poi davanti allo sgabello formando una montagna di lana che era più del doppio di quella appena tolta al materasso. Questo lavoro, avanti e indietro, batuffolo, dopo batuffolo andava avanti fino alla fine della lana. Devo qui precisare che stiamo parlando di vera lana, cioè di pelo di pecora, così come risulta appena tagliato dalla pecora. Finito questo lavoro, che di solito portava via tutto il mattino – anche perché normalmente si rifacevano entrambi i materassi del lettone e anche qualche cuscino- nel pomeriggio arrivava la moglie con le fodere lavate o le fodere nuove, se ce lo potevamo permettere, montavano insieme un grande piano di legno su dei cavalletti e iniziavano a riempire le fodere con la lana appena cardata. La cardatura, tra l’altro serviva anche per far cadere la polvere che poteva essersi accumulata tra la lana. A fatica tutta la lana rientrava nelle fodere!
Poi, insieme, marito e moglie iniziavano a dare forma al materasso, cucendo dapprima il grosso salamotto tutto intorno al perimetro e poi impunturando il centro con dei lunghissimi aghi ricurvi. Alla fine risultava un materasso enorme, gonfio e talmente rigonfio nel mezzo che, dormendo, si scivolava sui lati. Solo dopo alcuni mesi il materasso diventava soffice al punto giusto per poi avviarsi dopo pochi anni alla sua decadenza, ma sempre pronto, grazie alle magie del materassaio, ad una nuova vita e a nuovi padroni! Non mi perdevo mai il lavoro del materassaio, che a volte mi permetteva di muovere il cardatore o giocare con i batuffoli di lana soffici! Ma soprattutto c’era lapossibilità di stare in quel cortile tanto desiderato e tanto misterioso quanto proibito a noi bambini!

lunedì 10 ottobre 2011

Il cortile vietato

Abitavamo in questa bella casa In Piazzale Segrino che aveva un bel cortile, ampio, con un giardinetto interno e che confinava con il cortile del palazzo vicino, dal quale era diviso da un cancello spesso aperto. Ma quel cortile ci era vietato. Ricordo le manovre da veri guastatori per entrare nel cortile. Non c'è nulla di più attraente di qualcosa che è vietato. Qualcuno della banda doveva fare mosse diversive, distrarre il portinaio o fare il palo per darci il via. Poi, quatti quatti si passava uno alla volta sotto la guardiola. Il portone del cortile doveva essere aperto dal primo di noi (aveva un catenaccio pesante e cigolava sui cardini) e lasciato aperto quei pochi centimetri per farci passare uno alla volta. Entrati nel cortile dovevamo guardarci dalle finestre dell’abitazione del portinaio e camminando piegati in due e strisciando contro i muri, cercavamo degli angoli per giocare fuori dalla vista delle sue finestre. Molte volte trovavamo le porte delle cantine aperte e allora iniziava una vera avventura. Il primo piano sotto terra aveva l’illuminazione elettrica e c’erano i locali per raccogliere l’immondizia che scendeva da caditoie che si aprivano su ogni semi-pianerottolo (ricordo ancora quell’odore acre e putrefacente dell’immondizia!) C’erano alcune cantine e poi la scala scendeva al secondo piano sotto terra dove non c'era l'impianto elettrico. Per scendere lì, anche noi avevamo la cantina a quel piano, occorreva una candela e i fiammiferi per accenderla.  Naturalmente sempre nelle nostre tasche si potevano trovare moccoli di candela e fiammiferi sciolti! Lì sotto c’erano i rifugi antiaerei della guerra. Ricordo che solo una volta sono riuscita ad entrare attraverso  quella porta pesante di ferro che si apriva con un volante a raggiera, come fosse una cassaforte. Ma il locale, vuoto e ampio, buio, tanto da non vederne la fine, mi fece paura e scappai all’aria aperta. Finivano sempre così le mie incursioni in cantina: ci scendevo, insieme agli altri, con circospezione e curiosità, ma poi qualche rumore (probabilmente ratti) o qualche scherzo dei ragazzi più grandi e più spavaldi ci facevano correre alle scale e le salivamo col cuore in gola, pieni di paura.  Quante volte, all’uscita trovavamo il portinaio con la scopa in mano e, se non eravamo abbastanza svelti a correre fuori, qualche scopata ci scappava sempre.
Giocavamo sepesso anche sulle scale, a Monopoli, a carte, o, noi bambine con le bambole o a fare il negozio. Andavamo nella rampa di scale e al pianerottolo che portava alla terrazza, stando attenti, ad ogni rumore di ascensore o di qualcuno che usciva o entrava in casa a fare silenzio. Altrimenti il portinaio ci avrebbe scacciati con l'inseparabile scopa. Anche la terrazza, sempre chiusa a chiave era un'attrazione per noi ragazzi. Così avevamo trovato un'altro sistema per raggiungerla. Ora che lo racconto mi si rizzano i capelli al pensiero dei rischi che abbiamo corso. Anche tra il 7° ed ultimo piano e la terrazza c'era il balconcino a metà scala per buttare l'immondizia. Sul balconcino a circa un metro e mezzo di altezza prospettava il cornicione della terrazza largo circa un metro. Facendo scaletta salivamo sul cornicione e scavalcavamo il parapetto della terrazza. Il tutto senza alcuna protezione a più di 30 metri di altezza! Ci affascinava vedere la città da quella altezza, la Madonnina lontana, la mole della Stazione Centrale, la Torre Velasca, il primo grattacielo di Milano e, nelle belle giornate le montagne che sembravano così vicine. Devo dire che in qualche modo devo aver percepito il pericolo perchè qualche volta, anche recentemente, ho avuto degli incubi in cui ho sognato cadute da quel cornicione. Mi ricordo però che una volta ci sono salita con il mio papà, ovviamente con l'autorizzazione del portinaio, per vedere di prima mattina una eclissi totale di sole. Mio padre aveva scelto scrupolosamente alcuni negativi di fotografie abbastanza scuri che, sovrapposti, creavano un'ottimo oscurante per guardare il sole senza danni agli occhi. E' stata un'emozione incredibile. ricordo che facevo forse la seconda o la terza elementare e, per l'occasione, le scuole hanno aperto due ore dopo per permettere ai ragazzi di assistere a quello spettacolo. Mio padre, da splendido educatore qual era ci spiegava il fenomeno e ricordo che siamo rimasti su quella terrazza fino alla fine dell'eclissi. Ricordo anche che mia madre andava su quella terrazza (il portinaio le aveva dato una chiave) per fare i bagni di sole alla schiena. Povera mamma, soffriva di forti dolori alla schiena e la curavano per artrite, ma poi, già anziana, si scoprì che aveva una rarissima malattia metabolica e che tutte le sabbiature, i fanghi e i bagni di sole (con le sofferenze che questi comportavano) non servivano a nulla!

martedì 6 settembre 2011

Il tacchino della Festa dell'Unità

Qust'anno qui a Cinisello Balsamo non hanno fatto la Festa dell'Unità. Non so perchè. Non so se è per il referendum, per evitare gli eventuali attriti interni tra i sostenitori del SI e del No o per altri motivi. Mi è mancato il solito appuntamento autunnale con la festa. Sono sempre andata, fin da bambina ai festival dell'Unità. Allora abitavo a Milano e il festival, anche se era quello cittadino, sembrava poco più che una festa paesana. Me ne ricordo una in particolare: avrò avuto non più di 5/6 anni. C'ero andata con mio padre e mio fratello. Era al Parco Lambro, credo, e si dovrva fare un lungo viaggio con la filovia. C'erano tante bancarelle, ma quelle che mi attiravano di più erano quelle della pesca e della "ruota". C'è ancora ora, si tratta appunto di una ruota, messa in verticale, con novanta numeri, suddivisi da tanti chidi, che ruotando, spinta da un ragazzo, gira fino a fermarsi ad un segnalino posto in alto su un numero. Si comperavano i numeri e, quando tutti e 90 erano venduti, si faceva girare la ruota. Di solito i premi erano 3 e il costo dei biglietti veniva rapportato ai premi.
Le bambole premio
Io ero sempre molto fortunata a questi giochi di strada e di fiere e la mia casa era piena di quella bambole-damine che venivano date come premio. Mio padre ci dava volentieri i soldi per comperare i biglietti delle lotterie e seguiva con bonario incitamento le nostre sorti. Mi ricordo che quella volta in particolare, c'era alla ruota, come secondo premio una bellissima bambola di celluloide con un lussuosissimo vestito da damina in una grande scatola. Io la guardavo e, mentre la ruota girava io già sognavo di arricchire la mia collezione di bambole. E' il il giro del terzo premio e io seguo distratta, mi interessa il secondo. Ora è il turno del secondo premio: ma la bambola va via, viaggia sopra la mia testa, di mano in mano e finisce in mano ad un grasso signore con la faccia soddisfatta e sorridente. Io lo guardo e mi domando se ha una bambina cui regalarla.
Sono sconsolata, la ruora, gira ancora e mi guardo intorno, quanto sento mio fratello fare un grido: abbiamo vinto il primo premio! Sono incredula, magari c'è ancora un'altra bambola. Ci avviciniamo al banco e vediamo il signore e tutti intorno che ridono divertiti. Io ho il cuore che batte a mille e proprio allora mi accorgo che in basso, dietro il banco, ci sono delle gabbie di legno e il signore si avvicine e ne estrae un tacchino. Un tacchino vivo! Quello era il primo premio. Dopo la prima incredulità ci ci guardiamo, io e mio fratello, ci sorridiamo, mezze frasi, mio padre che dice che no, cosa ce ne facciamo di un tacchino? E io e mio fratello che nvece iniziamo a pregustare il divertimento, il piacere di avere un animale, ci scambiamo sguardi complici, prendiamo il tacchino come ci insegna il signore (ha le zampe legate) e ce ne andiamo. Avevo sempre desiderato avere un animale ed un tacchino è meglio che niente. E' ormai sera e quindi dobbiamo tornare a casa. Ed ecco il primo problema. Come fare a portarlo in filovia dove sono vietati gli animali? Quando saliamo fortunatamente c'è molta gente e così è più facile nascondersi tra le persone. Il tacchino ce l'ho io. Per fortuna è giovane, non troppo grosso e riesco a nasconderlo sotto il golfino, con la testa stretta sotto l'ascella. Quando c'è da passare davanto al bigliettaio mio fratello lo distrae acquistando lui i biglietti e io mi intrufolo in avanti. Rimaniamo in piedi schiacciati in basso tra le persone. Lo sento fremere contro il mio petto e le sue zampette si agitano e faccio fatica a trattenerlo. Ogni tanto riesce a divincolarsi, scrolla la testa e, prima che io riesca a prendergliela e rimetterla sotto il golfino riesca a fare qualche "glù-glù-glù". Vedo gli adulti intorno a me che si agitano e si guardano intorno, ma riusciamo finalmente ad arrivare alla nostra fermata senza essere scoperti. A casa mia madre che non è nuova a queste bizzarrie di mio padre, accetta la novità divertita.
Una moderna ruota della fortuna
Non ricordo come accettò la cosa mia nonna, ma tutta la casa si mobilitò per il bene di quella bestiola. Rimase in casa per più di un mese. Stava in bagno su di un bastone di scopa messo sulla vasca da bagno. Il cibo lo preparava mia nonna e io lo portavo a spasso tutti i pomeriggi dopo la scuola. Altra avventura. Si doveva passare inosservati davanti al portinaio. Non doveva accorgersi del tacchino perchè in quella casa era vietato tenere animali. E così lo nascondevo sempre sotto il golfino e passavo di corsa davanti alla guardiola, curando il momento più opportuno. Ma il tacchino diventava sempre più grosso ed era sempre più difficile nasconderlo. Era diventato il mio compagno di giochi, mi riconosceva e riuscivo a prenderlo in braccio facilmente. Lo portavo dall'altra parte della piazza dove c'era un terreno con molti orti. Gli legavo una lunga corda ad una zampa e lo lasciavo becchettare in giro. Mi ricordo che c'erano i vecchietti degli orti che si divertivano a vedermi pascolare il tacchino e mi chiedevano come mai io tenessi un tacchino in città. Però anche in casa c'erano problemi. Quando si doveva andare in bagno la notte la povera bestiola si spaventava e starnazzava svagliando tutti. Allora siamo arrivati ad un compromesso: un "pitale" (vaso da notte) furi dalla porta per tutti che si svuotava al mattino, così tutti, compreso il tacchino, potevamo dormire tranquilli. Dopo più di un mese mio padre ci disse che il tacchino non poteva continuare a vivere così, che aveva bisogno dei suoi simili, e che aveva trovato una bella fattoria dove c'erano altri bei tacchini come lui e che lì sarebbe stato felice. E così un giorno tornai da scuola e il tacchino non c'era più. Gli avevo dato anche un nome, ma non lo ricordo. Da allora non ho più mangiato tacchino.

lunedì 5 settembre 2011

Il mercato di Piazzale Lagosta

E’ sabato e io lo capivo e lo percepivo ancor prima di svegliarmi del tutto, anzi, era proprio "il Sabato" che mi svegliava alle sei del mattino. Il sabato c’è mercato in piazza Lagosta, uno dei mercati storici di Milano, e, proprio sotto le nostre finestre, nella casa di fronte (una fatiscente cascina), c’era il deposito ed il carretto di uno dei tanti fruttivendoli. Sentivo prima gli zoccoli del cavallo che schioccavano impazienti, trattenuti, sull’asfalto della strada. Poi il comando gutturale dell’ortolano al suo animale per ordinargli di fermarsi. Il grande portone in legno che si apriva cigolando sui cardini, il cavallo che entrava nel locale e, dopo un poco, altri comandi e gli zoccoli più lenti, meno impazienti che tiravano il carretto. Il portone chiuso con un tonfo, il chiavistello e poi gli zoccoli che si allontanano tra il rumore della città che si sveglia. Il fischio di un treno in lontananza, alcune campane, lo scalpiccio delle persone, il loro brusio.
Venditore di limoni
Il sabato era speciale: era un brusio diverso, più concitato, con più voci di donne che solo il sibilo leggero della filovia che si fermava sotto le nostre finestre riusciva a coprire. Erano i sabati delle vacanze, i sabati dopo la chiusura estiva delle scuole e prima della partenza per le vacanze, quando si dormiva con le finestre aperte per il caldo dell’estate così vicina. Erano i sabati in cui si rimaneva a letto un po’ di più, anche se il fabbro sotto casa, sempre nella cascina di fronte, con l'officina a fianco al magazzino del fruttivendolo, aveva già iniziato a battere sull’incudine. In cucina e nel bagno sentivo mia mamma che si preparava per andare al lavoro e poi usciva silenziosamente da casa per non svegliarci. Ma io allora mi alzavo, andavo alla finestra e la guardavo: seguivo con lo sguardo la sua figura snella, elegante, la sua camminata svelta sui tacchi alti per arrivare alla filovia che l’avrebbe portata alla Pirelli in Piazzale Loreto.
Come era bella la mia mamma! Era sempre curata, il trucco si limitava alla cipria, un po’ di fard ed il rossetto. Le unghie sempre curate e con lo smalto sempre impeccabile. La messa in piega si faceva in casa, ma lei era bravissima e sembrava sempre appena uscita dal parrucchiere. Non eravamo ricchi, te l’ho detto già, mia mamma era impiegata. Anche se impiegata di direzione, sempre impiegata era, e mio padre era maestro. Curioso: era più alto lo stipendio della mamma di quello del papà! Ma questo non le impediva una certa ricercatezza nel vestire, una eleganza fatta di cose semplici, ma abbinate in modo giusto, sobrio, con scarpe, borse e cappellini sempre coordinati. Aveva una vera passione per le scarpe che si faceva fare su misura per un difetto ai piedi.
Il mangiafuoco
Era bello andare al mercato con la mamma, anche se ci si andava prevalentemente al pomeriggio perché lei il sabato mattina era al lavoro. Si giravano tutte le bancarelle, prima quelle dei vestiti e delle scarpe, quelle di merceria o di casalinghi. Che bello frugare e buttare all’aria mucchi di golfini o camicette colorate! Provare le scarpe e toccare le borse! Poi si arrivava a Piazzale Minniti dove c’erano (e ci sono ancora) le bancarelle del pesce. Io mi inebriavo di quell’odore, chiudevo gli occhi ed i rumori del mercato, il brusio, il richiamo dei venditori alle clienti, si trasformavano come per magia nel rumore delle onde e dei pescatori nel porto e sentivo il profumo del mare. Si comperava sempre il pesce, quello che costava meno, il merluzzo, il cefalo e spesso le rane, allora piatto economico e gustosissimo.
Il cantastorie
Una volta abbiamo comperato dei pesci-gatto ancora vivi: nessuno aveva il coraggio di ammazzarli e sono stati quasi una settimana nella vasca da bagno fino a quando li abbiamo liberati nel Villoresi. Poi c’erano le coloratissime bancarelle della frutta e della verdura. E di ogni frutto di stagione che si comperava ce ne offriva subito un po’. Mi ricordo d’inverno i sacchetti di arance rosse sbucciate: che meraviglia. Le vendevano sbucciate perché dalla buccia veniva estratto l’olio essenziale. E d’estate i pomodori, che la mamma ci offriva subito e che mangiavamo a morsi, come una mela: profumati, gustosi. Non ho mai più assaggiato pomodori così saporiti. Alla fine del giro c’era una sosta obbligata: la bancarella dei libri. Si posavano le borse di rete a terra e si iniziava a prendere in mano i libri (metà bancarella era dedicata ai libri per ragazzi).
Si guardava la figura di copertina che era anche l’unica del libro e si sfogliavano i quinterni di pagine ancora da tagliare, leggendo frasi qua e là, per capire se il libro poteva essere interessante. Sempre ce n'era qualcuno che ci attirava e ce ne tornavamo a casa con il nostro bottino di carta stampata da divorare nei giorni successivi. Ai bordi del mercato sulle vie che confluiscono alla piazza Lagosta e alle altre piazze limitrofe, c’erano sempre mendicanti e attori di strada. I mendicanti potevano essere dei mutilati di guerra, senza gambe che si muovevano su un carrellino di legno spingendosi con le mani che impugnavano una sorta di ceppo di legno, oppure c’era la zingara con il pappagallino che, per una monetina, sceglieva con il becco da una cassettina il tuo biglietto portafortuna.
C’era chi suonava la fisarmonica, chi il violino, chi semplicemente si sedeva per terra con il cappello rovesciato davanti. Ma spesso c’erano gli spettacolini: il mangiafuoco, omone scuro, a torso nudo anche d'inverno, con i capelli lunghi e bagnati che beveva da una bottiglia del liquido infiammabile (probabilmente petrolio, dall’odore) e poi lo spruzzava dalla bocca avvicinando una fiaccola accesa. Il risultato era incredibile, una fiammata potentissima che gli usciva dalla bocca e poi un’altra e un’altra ancora. E che dire dell’uomo che si incatenava tutto, chiudeva le catene con un lucchetto e poi si liberava? E di quelli che mangiavano manciate di vetro spezzato? E del fachiro che si coricava su una tavola piena di chiodi appuntiti? Altri giorni c’erano anche i giocolieri o gli ammaestratori di animali, scimmie, cani, serpenti. Si formavano sempre dei cerchi di persone ad ammirare questi spettacolini, con visi curiosi, ammirati. Noi bambini eravamo spinti a forza davanti a tutti e venivamo spesso coinvolti negli spettacolini. E la mamma o il papà ci allungavano da dietro la monetina da mettere nel cappello a fine rappresentazione. Mi ricordo che più di una volta sono venuti anche i cantastorie con carretti dipinti e i pupi siciliani appesi, che accompagnavano la storia dei loro paladini con illustrazioni dipinte a mano su cartelloni appesi al carretto che venivano di volta in volta cambiati con l'avanzare della storia.
L'arrotino
Era un mondo parallelo che si mescolava con la gente, con l’impagliatore di sedie, con l’arrotino e il suo carretto, con l’ombrellaio e lo stagnaro. Andare “sul” mercato era sempre un avvenimento che andava oltre il semplice far la spesa, voleva essere un scendere in strada e viverla con tutte le sue persone e le sue molteplici attività. Ancora oggi, ogni tanto torno al mercato di piazzale Lagosta e rifaccio a piedi il percorso dalla mia vecchia casa. Guardo per terra, rasente i muri e riconosco le inferriate delle bocche di lupo delle vecchie case e riconosco gli angoli: ecco, lì sedeva l’impagliatore di sedie, qui mendicava il mutilato di guerra e qui passeggiava avanti ed indietro la zingara con il pappagallino. Più in là, all’angolo con Via Garigliano si metteva l’arrotino. La piazza e le vie sono cambiate, sono piene di macchine e il tram, che passa ancora, ora è quello nuovo, lungo e silenzioso, non sferraglia sulle rotaie e non suona più il suo caratteristico scampanellio prima di attraversare la strada. Ogni tanto ancora si sentono i venditori richiamare le clienti con frasi scherzose, e anche le bancarelle sono ancora quasi uguali, il brusio c’è sempre, come sempre mi inebria l’odore del pesce in piazza Minniti. Ma tutto è diverso, diverse le persone, diverso lo spirito del mercato, non più vissuto come un evento, una festa, ma un frettoloso andar per bancarelle alla ricerca dell’articolo più a buon mercato. E intorno la città con il suo traffico, i suoi rumori che sovrastano quelli ancora rimasti del mercato. Io invece ci torno alla ricerca dei ricordi della mia infanzia e della rassicurante sensazione della dolce presenza di mia madre che mi guidava e si entusiasmava per un buon acquisto come per gli spettacolini della piazza e mi dava sempre qualche soldino per aiutare quel mondo di esseri umani che confidavano nella generosità di persone che a mala pena stavano poco meglio di loro.

giovedì 1 settembre 2011

Il fabbro


Proprio sotto le finestre del nostro appartamento c'era una vecchia cascina. Ospitava alcune famiglie con numerosi bambini (li vedevo dal mio 5° piano che giocavano nei vari cortiletti della vecchia cascina). Erano famiglie emarginate (probabilmente meridionali - allora erano loro gli emarginati, non c'erano ancora gli extracomunitari) e i bambini non giocavano con noi. Non ricordo nemmeno se venissero nella nostra stessa scuola o se semplicemente andassero a scuola. Un contatto con loro però lo abbiamo avuto. Non so cosa mio fratello ed io avessimo combinato, ma un giorno mio padre, con piglio severo, ci fece raccogliere gran parte dei nostri già pochi giocattoli e, per punizione, ce li fece portare a quei bambini. Vennero tutti fuori, sul marciapede, di fronte all'ingresso e si misero ad aprire i sacchetti con incredulità e gioia. Ricordo ancora le parole di mio padre: "Bisogna sempre pensare a chi ha meno di noi". Sempre nella cascina, c'era la fucina di un fabbro. Era proprio come veniva descritta nelle favole, o come la fucina del Dio-fabbro Efesto: un antro buio, pieno di fumi e fuochi e con un continuo battito metallico sull'incudine che si susseguiva dalla mattina alla sera. Io spesso mi affacciavo alla porta e rimanevo incantata dal ritmo incrociato dei martelli che battevano sull'incudine i ferri roventi. Nella penombra si distinguevano due uomini a torso nudo, lucidi di sudore anche in pieno inverno, illuminati dal chiarore del fuoco, che maneggiavano grosse pinze, che mettevano barre di ferro rovente sul fuoco e poi lo battevano, ancora caldo e incandescente sull'incudine con grossissimi martelli. Loro mi conoscevano e mi lasciavano guardare dalla porta (unica apertura verso l'esterno) e a volte mi mostravano come forgiavano il ferro e io passavo, appoggiata a quel portone di legno, un sacco di tempo incantata e un poco ipnotizzata da quel continuo e ritmico battito. Mi ricordo che quel battito mi svegliava alla mattina durante le vacanze estive quando non si andava più a scuola e ancora non eravamo partiti per le vacanze. Dalla finesta aperta, al quinto piano, quel suono cambiava e diventava quasi una musica che accompagnava le nostre giornate. Un odore particolare, pungente ed acre, si sprigionava da quell'antro, non potrei mai scordarlo. E' strano come gli odori accompagnino sempre i miei ricordi. A volte sento un odore particolare, chiudo gli occhi e mi ritrovo, come per magia, in un luogo ed in un tempo passato.

venerdì 26 agosto 2011

Quando si faceva il bucato con la lisciva

E' curioso come, da quando scrivo questo Blog, la mia mente torni sempre indietro, ogni cosa io veda e ogni cosa io senta. Mi sono sempre domandata cosa direbbe mio padre se improvvisamente potesse resuscitare oggi, dopo 40 anni circa dalla sua morte. Come desidererei parlare con lui, persona così colta, impegnata e attenta, capire insieme i cambiamenti, gli stravolgimenti di una società che lui sognava più giusta e più equa con i suoi cittadini. Ho parlato poco con mio padre da adulta e di questo ne ho un grande rimorso, ma nessuno poteva immaginare la sua prematura morte per un incidente stradale. Ho parlato molto di più da bambina e lui tante cose ci ha raccontato ed è per questo che vi narro i miei ricordi di bambina.
Il mastelo di legno: il mio era più piccolo
Proprio ieri mi sono fermata in macchina ad un semaforo e, posteggiato a lato, c'era un furgone Ducato con scritto a grosse lettere: Lavanderia, e poi tutti i riferimenti. Stavano consegnando ad un ristorante le tovaglie pulite. Ma come si faceva una volta? Ebbene, anche allora c'era un furgone telonato che passava a giorni stabiliti per le vie e le piazze e le massaie scendevano in starada e portavano all'autista la biancheria sporca chiusa dentro alle federe dei cuscini. Lui ci metteva un cartellino con il nome e poi ci riconsegnava la biancheria pulita e stirata in pacchi avvolti da carta da pacco, con il nostro nome sopra, sempre sul marciapiede, chiamando le massaie dalle strade: "Il lavandaio, donne! è arrivato il lavandaio!". Ma allora era molto costoso affidarsi ad una lavanderia e la si utilizzava solo per le lenzuola, difficili da lavare in casa. Tutto il resto si lavava in casa, nella vasca da bagno con il mstello di legno  con il sapone di marsiglia. A proposito, il sapone di marsiglia - dei veri mattoncini duri e spigolosi - serviva anche per lavarci quando facevamo il bagno e ci veniva sfregato addosso con  vigore, facendoci un gran male sulle nostre povere ossa! A me piaceva molto la giornata del bucato ed io volevo sempre intervenire, tanto che un anno, Babbo Natale mi portò un piccolo mastellino di legno con la sua asse. Che felicità! Così anch'io potevo fare il bucato. E la Libera (la domestica che da anni veniva a casa nostra per aiutare in casa) mi dava da lavare i fazzoletti. Sì, per voi potrebbe sembrare strano ora, ma i fazzoletti di carta sono una cosa relativamente recente, prima i fazzoletti erano di stoffa (per le donne anche con pizzi e ricami) e quando erano sporchi si mettevano a lavare.
La nostra prima lavatrice era così
La mia mamma è sempre stata una donna  moderna e quando è uscita la prima lavatrice elettrica, quella era nostra. Era ingombrante, occupava mezzo bagno, ma era certo più comoda che lavare a mano. Anche le lenzuola si potevano lavare a macchina. Ma il suo funzionamento era molto rudimentale: era una grande vasca rotonda con alla base delle alette che ruoravano alternativamente in senso orario ed in senso antiorario, muovendo acqua e biancheria insieme. Andava riempita dal rubinetto con un tubo o con l'acqua calda per il lavaggio o con quella fredda per il risciacquo. Per svuotarla c'era un tubo in basso che si posava dentro alla vasca da bagno. Nel frattempo, per lavare meglio avevano inventato il sapone in scaglie (le mattonelle di sapone di Marsiglia tagliate a piccole scaglie in modo da potersi sciogliere nell'acqua calda prima di immergervi la biancheria). Si lasciava la biancheria con l'acqua saponata a rigirare per una mezz'oretta e poi occorreva togliere la biancheria e cambiare l'acqua per i risciacqui. Tutto questo per almeno 4/5 volte. Poi per strizzare la biancheria c'era un mangano di gomma: due rulli che giravano con una manovella a mano (che fatica!) e atraverso quei rulli ci facevamo passare la biancheria bagnata che così veniva strizzata.
Un giorno sono passata a piedi davanti alla lavanderia dove mandavamo a lavare le nostre lenzuole. Era un grande capannone in Via Porro Lambertenghi, dove ora hanno costruito - credo - una chiesa evangelica. La porta era aperta. Un odore di sapone e il sapore aspro della lisciva che ti prendeva la gola (la lisciva era un detergente, sgrassante e sbiancante naturale ottenuto lavorando la cenere con l'acqua e si usava anche in casa per i piatti e per lavare il pavimento) si sentiva già dal marciapiede e un'aria calda e umida usciva da quel portone. Mi sono avvicinata e, mi è sembrato di essere in un girone dell'Inferno di Dante (mio padre ci legeva sempre alla domenica mattina qualche passo della Divina Commedia e ce la raccontava con fantasiosi dettagli). In quell'immeso capannone c'erano delle lunghe file orizzontali di lavatoi di pietra con i rubinetti che si elevavano con i loro tubi sopra la vasche. Da quei lavatoi salivano intense nuvole di vapore bianco (probabilmente era inverno) e ad ogni lavatoio c'erano piegate delle donne, delle quali vedevo solo il sedere e parte della schiena. Quando qualcuna di loro si alzava per raddrizzare la schiena, curvandosi all'indietro, con le mani sulle reni, vedevo il loro viso, rosso e bagnato dai vapori, che esprimeva grande sofferenza. Vestivano grandi grembiuloni e i capelli erano raccolti dentro grandi fazzoletti di cotone. Saranno state un centinaio, piegate da quel pesante lavoro, in un ambiente pieno di umidità, tanto che a malapena si intravvedeva tra la nebbia che saliva dai lavatoi, la fine del capannone, dove c'erano tante corde che reggevano le bianche lenzuola ad asciugare (ma come con quell'umidità?)..
Sempre poi mia madre - così moderna - ha continuato ad acquistare la prima lavastoviglie come le lavatrici più moderne. Solo la televisione non l'abbiamo acquistata subito: costava troppo e mio padre non la considerava una cosa utile, anzi riteneva fosse futile e diseducativa per noi ragazzi. Ma di questo ve ne parlerò un'altro giorno.

lunedì 1 agosto 2011

La mia prima vacanza in tenda

Recentemente un mio amico ha scritto su Facebook una frase che mi ha fatto riflettere. C'era solo questa frase nel post: "come è bello piantare una tenda tra la gente".
Questa frase ha aperto nella mia mente un sipario chiuso da tempo e ha fatto emergere il dolcissimo e bellissimo ricordo della mia prima esperienza in tenda.
Da quando avevo 4 o 5 anni andavamo sempre in vacanza a Carenno - un piccolissimo comune sopra Calolziocorte sul Lago di Lecco -  a circa 600 metri di altitudine, per tutte le vacanze scolastiche. Mio padre maestro aveva quattro mesi di vacanza come le vacanze scolastiche mentre mia madre, impiegata alla Pirelli, aveva solo un mese di vacanze e ci raggiungeva per tutti i weekend il sabato pomeriggio.
La Lambretta 125 cc. come la nostra che in più aveva il
portapacchi posteriore.
Eravamo in una casa che difficilmente chiamerei villetta, un po' vecchiotta che prendevamo in affitto e così andò per tutte le estati fino a quando ebbi 10 anni. Ma di quelle vacanze bellissime con incredibili scoperte ogni giorno ve ne parlerò un'altra volta. Ora voglio parlarvi della mia prima esperienza in tenda.
Mio padre negli ultimi anni della guerra aveva fatto il partigiano sulle montagne Dell'Oltrepo Pavese. Gli americani paracadutavano sulle montagne dove sapevano che c'erano i partigiani parecchio materiale per far fronte al nemico tedesco. Non solo armi con munizioni, ma anche materiale diverso che poteva servire per la loro sopravvivenza come tende, sacchi a pelo, vestiti, cappelli, scarponi e tante altre cose. Un po' di queste cose se le é portate a casa nella lunga marcia forzata che fece per riportare a Milano, finalmente liberata, una colonna con circa 200 prigionieri tedeschi. Ma del ricordi che ho su quello che mio padre mi raccontava sulla sua vita da partigiano, se avrete la pazienza di leggere ancora, ne parlerò più in là.
Sta di fatto che una estate a Carenno, nell'estate del 1953 (io avevo 9 anni e mio fratello Giorgio 11), mio padre ebbe una bella pensata. Tra le cose americane che aveva riportato a casa c'era una tenda americana canadese. Ma non come le tende di adesso: erano due teli di pesante cotone mimetico di forma trapezoidale con in cima in un telo i bottoni e nell'altro delle asole. Chiudevi i bottoni, mettevi i due paletti di legno pesante alle estremità e la tenda era fatta. Non più alta di 1,2 metri, larga circa 1 metro e mezzo e non più lunga di due metri. Qualche pesante picchetto di legno intorno e la tenda era pronta. Tutto lì. Niente doppio tetto, niente cerniera e, soprattutto niente pavimento!
Aveva messo insieme una pentola di alluminio, dei piatti di alluminio (servivano come coperchio per la pentola, come padellino per fare il sugo e ovviamente come piatti per mangiarci), delle tazze di alluminio (servivano anche come bicchieri e per scaldarci il latte alla mattina) un fornelletto a benzina e altre vettovaglie essenziali e tutto rigorosamente leggero.

Tutto questo, più un po' di provviste stava appeso con una borsa a rete (di quelle che una volta si usavano per fare la spesa) al manubrio della Lambretta, Tutto il resto: tenda, coperte di lana (anche quelle paracadutate dagli americani) e qualche vestito di ricambio,  soprattutto di lana pesante, stava in un grosso sacco che, ancora oggi, credo, usino i Marines americani, ed era allacciato con elastici al portapacchi posteriore.
La cartolina che mio padre scrisse la prima sera da Tirano.
Così bardati, io seduta tra mio padre davanti e mio fratello dietro con un cuscino che copriva la separazione tra i due sedili ma soprattutto copriva la dura maniglia di sicurezza per il passeggero, partimmo per la nostra avventura. Mio padre, in modo complice, ci fece credere che tutto ciò stesse avvenendo a insaputa di mia madre, ma non posso credere che tutti i preparativi (anche se lei era lì con noi solo il sabato pomeriggio e la domenica) le potessero sfuggire. Sicuramente non approvava o, quanto meno era preoccupata per questa insolita avventura.
Il viaggio comprendeva tre notti sotto la tenda e quattro di viaggio ed era il giro dello Stelvio. Si partiva da Carenno, si scendeva a Lecco e si raggiungeva Colico (allora non c'era la superstrada) e c'era sicuramente meno traffico, ma le strade erano strette e non erano certo in buono stato. Da lì si sarebbe dovuto raggiungere Bormio (1300 metri di altitudine) dove avremmo passato la prima notte. Il giorno dopo salita al passo dello Stelvio (2770 metri), pranzo e discesa in quella regione che mio padre chiamava "tedescheria" dove avremmo cercato un luogo adatto per la seconda notte. Il giorno seguente rientro verso casa passando per la valle dell'Adige, passando ancora una notte fuori nei pressi del Lago di Garda.
Ricordo ancora le prime ore di viaggio lungo la strada che costeggia il lago di Lecco. Per me e mio fratello era la prima volta che la facevamo e il lago, circondato da alte montagne ci sembrava bellissimo. Eravamo molto eccitati e mio fratello, da dietro, mi teneva ben stretta contro mio padre e io spesso appoggiavo la mia guancia sulla sua rassicurante schiena. Da lì mi giungeva il rumore del motore affievolito dal tessuto della giacca e il ritmico scorrere dei pioppi e delle case davanti agli occhi spesso mi faceva quasi addormentare. Ma la bellezza del paesaggio, la lucentezza del lago, le vele bianche sull'azzurro dell'acqua mi riportavano presto alla realtà.
Nel tardo pomeriggio arriviamo a Tirano, dove abbiamo fatto una sosta e scritto una cartolina a mia madre. Ricordo come se fosse ora: seduti sui gradini del monumento davanti alla chiesa di Tirano e mio padre che scrive la cartolina e ce la fa firmare. Non ricordo nulla del pranzo che descrive, sulla cartolina, e che io avrei preparato: probabilmente ho solo messo l'acqua sul fuoco per degli spaghetti al pomodoro, primo piatto che sempre abbiamo consumato durante il nostro viaggio, seduti su un prato. Mi ricordo bene invece la prima sera. Mio padre ferma la Lambretta lungo la strada prima dell'abitato di Bormio dove, in mezzo al prato c'è una fattoria. Ci lascia vicino alla Lambretta e si incammina verso la fattoria. Poco dopo torna, scarichiamo i nostri bagagli nel prato, andiamo alla fattoria a prendere bracciate di paglia e, montata la tenda, prepariamo il letto: paglia come materasso e coperte di lana. Come cuscino un asciugamano piegato. Della cena ricordo solo un bel pezzo di formaggio preso alla fattoria con il pane che avevamo comperato nel pomeriggio.
Io e mio fratello giochiamo con la neve
al Passo dello Stelvio.
L'indomani ci svegliamo con un cielo azzurro. Siamo un po' infreddoliti, ma siamo contenti di aver dormito vestiti e di non doverci lavare. Solo una sciacquatina alla faccia nel ruscelletto vicino e i denti. L'acqua è gelata e ci sveglia del tutto e i denti sembra che ci cadano... Inizia così la lunghissima salita verso il passo dello Stelvio con i suoi infiniti tornanti. La strada, stretta e non asfaltata, si inerpica sulla ripida pendice della montagna. Spesso la Lambretta non ce la fa e io e mio fratello dobbiamo scendere e seguire mio padre di corsa. Così come sempre scendiamo nelle numerose gallerie (strette e buie) perché mio padre, sordo da un orecchio, teme di perdere l'equilibrio.
Dopo varie peripezie (motore spento che non ne voleva sapere di ripartire... ) arriviamo in quota e rimaniamo a bocca aperta nel vedere che la strada si insinua tra muri di neve. La neve ad agosto!
In breve siamo al passo e mio padre cerca un luogo riparato per cucinarci, con il fornelletto a benzina, i soliti spaghetti al pomodoro. Troviamo una piccola piazzola piana tra le rocce scoscese, non più di un metro quadrato, sotto la terrazza di un albergo e iniziamo a mettere l'acqua a bollire (ma pensandoci ora, quando mai sarebbe bollito a 2700 metri di altezza?). Dopo poco, dalla terrazza, una decina di metri sopra di noi, si affaccia un tizio che inizia a blaterare in tedesco e ci fa gesti eloquenti di andare via. Mio padre continua imperterrito e, dopo poco quel signore scende fino a noi e inizia una discussione con mio padre. La discussione si fa sempre più animata ma io non mi spavento, perché mio padre è tranquillo. Alla fine quel tizio dà un calcio al fornelletto e rovescia a terra tutto quanto e se ne va. A quel punto sì, mi sono spaventata, e mi ricordo che ho pianto, ma forse più per gli spaghetti che ho visto scendere tra le rocce... Poi mio padre mi lascia alle cure di mio fratello e va verso il Passo alla postazione dei carabinieri. Ritorna con due carabinieri che ci accompagnano all'albergo e impongono al maleducato proprietario di darci un pranzo completo. Io e mio fratello ci sediamo al sole ad un tavolo della terrazza meravigliosamente apparecchiato e veniamo serviti di cibi squisiti, mentre mio padre si rifiuta di sedersi e rimane in piedi dietro di noi a sorvegliare la scena. Era la prima volta che mangiavamo al ristorante e che ristorante, con i camerieri premurosi che ci servivano di buonissimi piatti!
Dopo pranzo giochiamo un poco sulla neve e poi iniziamo la lunga discesa verso la "tedescheria" come la chiamava mio padre.
Ricordo che alla sera ci fermiamo in un campo (questa volta senza paglia per materasso, ma solo la tela cerata) vicino ad una ferrovia. Oltre la ferrovia e il passaggio a livello c'è una grande fattoria dalla tipica architettura tedesca. Due ragazzini più o meno della nostra età si avvicinano e iniziamo a giocare, anche se non riuscivamo a capirci perché parlavano solo tedesco. Mi ricordo che mi sono molto divertita e mi incuriosiva sentire per la prima volta una lingua straniera.
Non ricordo nulla della cena, ma ricordo benissimo quello che successe la mattina al nostro risveglio e la rabbia di mio padre: davanti alla tenda qualcuno aveva fatto i suoi bisogni, ben in evidenza.
Non ricordo molto delle altre due giornate di rientro, né della terza notte. Ricordo bene invece la strada sulla Gardesana orientale. Costeggiavamo un altro lago che non avevamo mai visto. E come ad ogni tappa o sosta, mio padre ci faceva vedere la carta topografica per indicarci il percorso fatto, la nostra posizione e la strada ancora da fare.
Quante cose da raccontare alla mamma al nostro rientro! quanti ricordi indelebili nella nostra mente!
Dopo quella prima esperienza, le nostre vacanze sono sempre state fatte in campeggio. Con tende un po' più comode, prima piccole, poi, a mano a mano si arricchivano... ma anche questa è un'altra storia.

venerdì 3 giugno 2011

Una pecora di nome Gim


 Avrò avuto 6 anni e mio fratello un anno e mezzo più di me, quando una primavera (durante le feste pasquali) siamo andati tutti e 4 con la Lambretta a Carenno. Si doveva trattare con il proprietario della casa l'affitto per le vacanze estive. Facendo al pomeriggio 4 passi fuori paese, ci imbattiamo in un gregge di pecore con tante pecorelle nate da poco. Mio padre ha al volo un'idea: si mette d'accordo con il pastore che noi avremmo comperato una pecorella, ma che l'avrebbe fatta crescere vicino alla mamma fino a giugno, quando saremmo saliti per le vacanze estive. Ce lo ha fatto scegliere e poi lo ha pesato con la stadera, legato per le zampette. Pattuito il prezzo siamo tornati a Milano. Non passava giorno che non sognassi le imminenti vacanze con la pecorina e la sera a cena si discuteva per il nome da dargli. Alla fine venne scelto il nome Gim, dall'unione dei nomi mio e di mio fratello.

Arrivarono finalmente le vacanze e andammo a prendere la pacorina (un maschio) che nel frattempo era cresciuta. Con una corda la portammo a casa e le apprestammo per la notte il sottoscala esterno con un poco di paglia per terra. Ma naturalmente Gim lo tenevamo tutto il giorno con noi, sia in casa che fuori. Ben presto si affezionò a noi e non fu più necessario usare la corda come guinzaglio per portarlo fuori. Mia nonna lo spazzolava tutti i giorni e la sua lana candida si gonfiava come un batuffolo. Ogni tanto io gli mettevo un fiocco rosso al collo e quando andavamo a spasso per il paese lui ci precedeva tutto impettito. E poi voleva fare tutto quello che facevamo io e mio fratello: c'era una costruzione in un campo alta un paio di metri e sia io che mio fratello ci salivamo per saltare giù, naturalmente con l'aiuto di mio padre. Ma anche Gim saliva e non voleva scendere fino a che mio padre non lo prendeva per le zampe e lo faceva saltare. Se salivamo sui muretti a secco che costeggiavano i sentieri di montagna, ci saliva pure lui, per poi, giorni dopo, cambiare gioco: ci saliva prima lui e saltava avanti e indietro, a zampe unite, sul muretto per non farci salire! Mio padre lo portava tutte le mattine su in montagna e lo legava ad un albero per fargli brucare l'erba. Ma non c'era verso, piangeva tutto il tempo e quindi presto non lo portò più. Voleva mangiare con noi. Aveva la sua ciotola e voleva le stesse cose nostre. Gli spaghetti sconditi con un poco di olio non li mangiava:ci voleva sopra il ragù. Voleva anche il vino ed il caffè e tormentava mio padre con i suoi zoccoletti fino a che mio padre cedeva e gli versava qualche goccia sul palmo che leccava con piacere. Era meglio di un cane e intelligentissimo: giocava a nascondino mettendo il musetto in grmbo a mia madre e poi quando era ora mia madre gli diceva:"forza Gim, cerca Gemma e Giorgio!". Allora era tutto un correre tra cespugli e rocce fino a che non ci trovava e poi che feste!

Quando non c'era la mamma e nemmeno la nonna, lo facevamo mangiare a tavola con noi. Su una sedia, con un bavaglino al collo e con un piatto per lui. Era molto attento e mangiava tutto quallo che mangiavamo noi, anche la carne (fatta a pezzetti come per i bambini piccoli). Ricordo che una volta mio padre (eravamo ancora noi soli), mi mandò all'osteria del paese per prendere il marsala per fare le scaloppine. Con la mia bottiglia in mano vado all'osteria e ordino il marsala. Ma l'oste mi dice che ci sono due tipi di marsala, ce n'è anche uno più buono. Naturalmente io scelsi quello più buono! Mio padre cucinò le scaloppine con il marsala e non si accorse che era quello dolce. Finì che le scaloppine se le mangiò quasi tutte Gim!

Un giorno quando mio padre salì in montagna al solito albero dove legava la pecorella, non la trovò più. Eravamo disperati ed increduli che fosse scappata. Da quell'albero si vedeva la nostra casa, l'ultima vicino al bosco, e quando lo andava a prendere mio padre, lui correva da solo fino a casa. Dunque conosceva la strada. Ci recammo in paese, chiedendo in giro se avessero visto la nostra pecorina, che tutti ormai conoscevano. Subito qualcuno, con fare da carbonaro, ci disse che l'aveva opresa il parroco. Ci recammo subito in canonica e senza bussare ci precipitammo dentro. Trovammo il parroco seduto a tavola, con un intero pollo arrosto sul piatto, in parte già mangiato. In un angolo era legata la nostra pecorella che appena ci vide iniziò a tirare la corda. Ricordo il violento alterco tra mio padre (considerato un mangiapreti perchè non andava mai in chiesa) e quell'obeso parroco con la bocca tutta unta di pollo! Alla fine ce ne siamo tornati a casa tutti quanti felici. Andavamo spesso verso settembre in un prato deve c'erano dei cigliegi selvatici. Noi raccoglievamo da terra le cigliegine e le mangiavamo. Anche Gim le mangiava: se le faceva rigirare in bocca e poi faceva cadere il nocciolo da un angolo della bocca. E' stato il compagno ideale per una stupenda vacanza, ma quanta tristezza poi riportarlo al pastore! Ripensandoci da adulta, forse non è stata una scelta eticamente valida, ma una volta non c'erano i principi di salvaguardia e di rispetto per gli animali che ci sono ora.