Questo era il lavoro del ciabattino (ancora ne sopravvive qualcuno, ma ora sono tutti tecnologicamente avanzati). E io ne conoscevo uno speciale. Era un amico di mio padre, comunista anche lui, e aveva il negozio nella via dietro casa nostra. Era un ometto tutto storpio, probabilmente un nano, non più alto di me che ero una bambina di 7/8 anni. Un testone grosso, con tanti capelli grigi arruffati, una carnagione scura e butterata, dei grossi occhiali cerchiati di nero su un naso enorme e due grandi labbroni: insomma così brutto che se te lo sognavi di notte, era un incubo! Ma era un uomo splendido, di una dolcezza e di una tenerezza incredibile! Io andavo spesso nel suo negozio e ci passavo interi pomeriggi, su uno sgabellino a tre piedi, piccolo anche per me. Il suo negozio era piccolissimo, senza tende ai vetri della vetrina (d’altra parte a cosa sarebbero servite? c'era la polvere a fare da cortina!), e dentro, i muri anneriti dal tempo. Nella minuscola stanza una sola luce scendeva dal centro del soffitto bassa bassa, proprio fin sopra il suo deschetto da lavoro. La lampadina, per risparmiare, faceva poca luce, giusto quella che seriva a lui per lavorare ed entrare in quel negozio nei pomeriggi d’inverno, sembrava di entrare in un antro buio. Il basso tavolino era al centro della stanza, ma si stentava a riconoscerne le forme per gli strati di colla, di sporco, e di quell’accozzaglia di cose che c’erano sopra. Lui sedeva su una seggiola di paglia che, benché gli fossero state tagliate le gambe per adattarla alla sua statura, era sempre troppo grande e troppo alta per lui: i piedi gli dondolavano nel vuoto, tanto che si appoggiava ad una traversa del suo deschetto. Sul tavolino una lampada ad acetilene con la fiamma sempre accesa, un barattolo di metallo con una colla gialla e densa che ce n’era più fuori che dentro, un pennello che non aveva più nulla della sua forma originale, tanta era la colla che si era attaccata e seccata sopra. C’era il ferro del mestiere, una specie di incudine a tre capi, dove si infilavano le scarpe per mettere i chiodi nella suola o sui tacchi, poi coltelli, coltellini con lame corte, inclinate, taglienti, punteruoli di diverse misure, martelli e martellini di tutte le fogge, pezzi di pelle e di cuoio e chiodi, tanti chiodi, sparpagliati in un angolo del deschetto, di diverse lunghezze e fogge che lui si metteva in bocca a manciate per poi, quasi per magia, farne uscire uno per volta, delle dimensioni e del tipo adatto al lavoro in corso. Io rimanevo incantata ad osservare il suo lavoro, rimanevo per ore in quella stanzetta fredda e buia, inebriata dal profumo della colla e del cuoio (vedi come ancora gli odori ed i profumi sono così strettamente legati ai miei ricordi!). I suoi movimenti, sempre precisi ed armonici erano come quelli di un direttore d’orchestra. Osservavo le sue mani con dita corte, tozze, nodose: nere le dita e nere le unghie. Colla, pece e cosa altro ancora? Si muovevano veloci, mai un gesto fuori posto, mai un gesto sprecato. Lavorava su scarpe sfatte, sformate, con suole bucate, con la punta aperta come la bocca di un pesce in cerca d’acqua, pescate dal mucchio in terra, chissà con quale criterio. E le sue mani giravano e si muovevano intorno a quelle scarpe: colla, cuoio, pece, ago, filo, chiodi e, alla fine il lucido, dato con veloci spazzolate. E, per ultimo, un’accurata passata con la manica del suo grembiulone grigio pieno di macchie. Poi allontanava da sé la scarpa e la rimirava, la rigirava, ne controllava la lucentezza: aveva fatto un miracolo: da una scarpaccia mal forme ne aveva tratto una scarpa brillante e lucente, come nuova. E per ogni scarpa c’era una storia: c’era quella dell’operaio che lavorava in fabbrica, quella elegante del ballerino, quella della nonna che va al mercato trascinando stancamente i suoi piedi…, quella della giovane sposa che aveva portato le sue belle scarpe bianche che, terminata la loro funzione di un giorno, tinte di nero, diventavano magari scarpette eleganti per andare a ballare con il bel marito… Ricordo con quanta tenerezza e delicatezza lavorava sulle scarpe dei bambini, scuotendo leggermente la testa e con un lieve sorriso sulle labbra. Mi raccontava tutto sulle scarpe, segreti e storie dei loro padroni, vere o inventate, chissà! O altre storie affascinanti che io ascoltavo, non senza preoccupazione della manciata di chiodi che si era messo in bocca e che gli spuntavano, come per magia, dalle labbra, e tutti dal verso giusto! Lui non si alzava mai dal suo basso scranno: aveva tutto quello che gli serviva a portata di mano, per terra intorno a lui. Non si alzava nemmeno quando arrivava un cliente che gli consegnava le scarpe da aggiustare: le guardava, le buttava sulla pigna vicino al muro alla sua destra e diceva in quale giorno sarebbero state pronte. Una pigna informe, polversa, di un colore indefinito: dal nero, al marrone. Solo qualche sprazzo di colore più chiaro, di beige o di bianco spuntava qua e là. Quelle erano sicuramente scarpe da donna o di bambina. Si alzava solo quando doveva riconsegnare le scarpe aggiustate e con la sua andatura goffa si avvicinava alla montagna di scarpe alla sua sinistra, pulite e lucide, ammucchiate sì, ma con ordine, accoppiate e divise tra quelle da uomo e quelle da donna. E allora cercava e cercava e le incartava in un foglio de L’Unità. Prendeva i soldi della riparazione e li metteva in una delle tasche del grembiulone e dava i resto in monete sempre prendendole da quella tasca tintinnante. Ricordo che a volte le banconote gli rimanevano attaccate alle dita sporche di colla!Ancora oggi mi sto domandando se la mia smisurata passione per le scarpe mi viene da quel meraviglioso ciabattino e dalle sue storie o dal DNA di mia madre!
















